Aspettare la fine dell’anno

Stasera sembra lunedì sera: un lungo, impegnativo weekend alle spalle, ore di sonno da recuperare, nebbia fuori e tutti gli amici rintanati nelle loro case. È in realtà martedì, per la precisione, l’ultimo dell’anno: tempo di bilanci, divano e lista dei buoni propositi.
La verità è che non ho nuovi propositi. O meglio, li ho, certo, ma quest’anno è stato talmente montagna russa che fatico a rientrare nella mentalità che mi lascia banalmente fissare un’idea d’inchiostro su carta bianca.
Non c’è stato un mese del 2016 uguale al precedente.
Nella prima parte dell’anno, questa mancanza di prevedibilità e allontanamento dalla cosiddetta comfort zone è stata una mia scelta.
L’Erasmus mi ha cambiato profondamente, molto più di quanto credessi mentre lo stavo vivendo. Molto più intimamente di quanto è successo a quegli idioti radical chic che rientrano in patria credendo di aver trovato l’America nel bar dove si sbronzavano abitualmente a Barcellona. Chi mi conosce bene nota che luccichio ho negli occhi quando qualcosa mi porta alla mente ricordi legati all’Inghilterra: Durham, e in buona parte anche Londra, è diventata per me più di una città, è ormai una sorta di non-luogo, idealizzato e ormai irraggiungibile anche se alla stessa distanza da casa mia di dodici mesi fa. La collezione dei ricordi legati a quel particolare momento della mia vita lo renderà sempre uno dei più belli in assoluto, e include anche quelli meno piacevoli, le difficoltà e le incomprensioni, il sentirsi talvolta diversa e in difetto, debole e col costante bisogno di una spalla invisibile a cui aggrapparsi. Nella mia personalissima enciclopedia dei valori, a quello dell’amicizia è stata aggiunta una voce: grazie agli amici lasciati in Italia “che si vedono nel momento del bisogno”, ma anche alle poche persone che hanno saputo invece “tornare a casa con me”, che ancora, nonostante i kilometri che non verranno azzerati dopo una manciata di mesi, sanno essere intensamente presenti senza esserci fisicamente.
Da qualsiasi angolazione guardi i primi sei mesi dell’anno, ne sono uscita arricchita (escludiamo per un momento la parte economica, che i soldi nella vita non sono tutto).
L’ultima parte del 2016 è stata… strana. Credo che la mia parola preferita sia ormai “cambiamento”, anche se, come sempre, si gioca una grande partita con “paranoia”. Da giugno in poi non si è trattato più di una scelta: semplicemente, tutto si è fatto “apparentemente imprevedibile” senza che me ne rendessi davvero conto.
Mi sono ritrovata a non poter usare più, almeno per il momento, il sostantivo “studentessa”, per definirmi, anche se non sono riuscita a far coincidere la fine dell’anno con la conclusione del mio (primo) percorso di studi. Allo stesso tempo, non mi sento di poter usare nemmeno la parola “lavoratrice”, o insomma, persona che ha un impiego che dir si voglia. Non ancora. Non fino a quando non metterò la firma su un contratto vero. Credevo che la cosa mi avrebbe ucciso dentro. Io odio i limbi. Odio non essere né carne né pesce. E invece, mi sono ritrovata a bearmi di una situazione precaria (non me ne vogliano i veri precari che s’imbatteranno in questo post) che mi permettere di riflettere costantemente sul mio “potenziale” (mettiamo tutto fra virgolette) e imparare cose nuove se non ogni giorno, almeno ogni settimana. Se poi queste cose nuove mi serviranno davvero nel mio futuro, non ci è dato sapere: ma non è questo il punto, non è questo l’importante.
Ho scoperto (ho realizzato) di avere dei grossi, grossissimi problemi con le chiusure. Ho la tendenza naturale alla alla nostalgia e al romanzare ogni cosa, e trovo sempre difficile staccarmi da ciò/colui/coloro che mi hanno fatto sentire, almeno per una volta, le dita fremere per il voler scrivere una super storia su un momento condiviso. E credo di aver imparato a conviverci. Devo ancora perfezionare qualcosina, ovviamente, ma ci siamo: la paranoia del non riuscire a incasellare ogni singolo momento della mia esistenza è sotto controllo, credo di aver imparato a lasciarmi un margine d’errore. E soprattutto: non mi hanno ancora eletta Miss Coraggio, ma sono stata felice di essere riuscita a mettere una lunga serie di puntini sulle i: anche ciò che di negativo ne è derivato, quantomeno era frutto di una decisione, e non del caso. Questo è stato uno degli “up” più importanti del 2016. Ed è stato tutto grazie al cambiamento.
E credo sia anche il motivo per cui la mia lista dei buoni propositi si riduce a questa:
♣ viaggiare di più (ma non disperarsi se non si riesce a farlo troppo spesso perché il tempo dello svago è stato “sacrificato” in nome di un disegno più ampio e con uno scopo “più nobile”)
♣ non temere il giudizio delle persone (temere solo quello di coloro che ci interessano, e la cui disapprovazione potrebbe rappresentare una picconata all’autostima) *parzialmente già realizzato nel 2016
♣ lasciarsi andare più spesso (senza farsi prendere per il naso)
♣ non auto-fustigarsi se le cose non vanno come tentato di prevedere *vedi sopra
♣ prendere tutti gli insegnamenti dell’anno precedente ed evitare di farci un piedistallo; piuttosto, cercare di costruirci una sorta di scala per sbirciare sempre più in alto

 

“True security lies in the unrestrained embrace of insecurity – in the recognition that we never really stand on solid ground, and never can.”
Oliver Burkeman

…e buon principio. ☼

linguina

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...