L’Erasmus è uno stato mentale

“Gli erano entrate negli occhi, quelle due immagini, come l’istantanea percezione di una felicità assoluta e incondizionata.
Se le sarebbe portate dietro per sempre. Perché è così che ti frega, la vita. Ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata e ti semina dentro un’immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand’è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell’immagine, da quel suono, da quell’odore. Alla deriva.”

Dall’Inghilterra ho portato a casa il brutto vizio di andare a dormire disseminando ex tazze di tè e tisane per tutta la camera, quello di usare il bollitore anche per scaldare l’acqua per la pasta e persino quello di non truccarmi la mattina e uscire di casa in modalità barbona “perché tanto mi confondo fra la massa”. Mi arrabbio ogni volta che devo pagare le commissioni per prelevare da una banca che non è la mia, e mi aspetto la scritta “free cash withdrawals” sopra ogni bancomat. Leggendo “Io prima di te”, mentre Louisa parla del castello di Stortfold, unica attrazione della piccola cittadina, nella mia mente si materializza istintivamente l’immagine del Castle College. Vorrei un posto che non fosse il Giardino del Thè dove poter trovare un vasto assortimento di thè, biscotti al burro e torte soffici e spugnose, fra cui la carrot cake. Mi manca l’afternoon tea – un po’ meno i sandwich con burro e cetrioli. Mentre ero sul treno ad alta velocità che da Firenze mi portava a Milano mi sembrava di sentire la voce del capotreno in inglese, che annunciava le fermate “Durham, Darlington, York, Peterborough, London King’s Cross”, e quasi mi veniva da controllare se avevo nel portafoglio la Railcard. Invece, avevo la Cartafreccia Young. Arrivata a Milano, ho riprovato lo stesso brivido da “Ommioddio, ma perché c’è così tanta gente? Perché gli edifici sono così alti?” di quando dalla piccola e pittoresca Durham arrivavo nel caos londinese. E ho poi adorato il sabato sera sui Navigli, per la grande concentrazione di persone di età e provenienza più disparata, come amavo la confusione del mercato di Camden Town. Andare all’università a Firenze, per quanto il metodo di studio inglese non mi abbia entusiasmato, mi intristisce un po’: continuo a vederlo come un lavoro, un andare e tornare senza contatto umano in mezzo. Mi manca vivere l’università a tutto tondo, come facevamo tutti a Durham, grazie al sistema dei college che ti faceva quasi pensare di aver trovato una nuova grande famiglia. Star pensando a un argomento per la tesi, ed essere più preoccupata per la bibliografia che per il contenuto, mi riporta alla scrittura del mio primo essay, a febbraio. Ogni volta che vado a qualche serata con canzoncine stupide, penso che niente sarà mai trash come il Klute (peggior club d’Europa, ndr). Mi manca il divano rosso di casa mia e il poterci lasciare sopra la copertina viola appallottolata malamente a giornate, senza genitori ordinati che contestano. Vedo le foto delle nuove inquiline attorno al tavolo della cucina e mi chiedo cosa ci fanno a casa mia. Continuo a comprare cose “assurde” al supermercato: cerco le promozioni sull’hummus, scelgo l’avocado più morbido, porto a casa hamburger di tonno impanati e surgelati “perché non si sa mai”. Facendo il cambio dell’armadio mi sono resa conto di avere pochissimi maglioncini da mezza stagione e un sacco di cose di lana, perché a Durham la primavera non era ancora arrivata quando io sono tornata in Italia.

Ora capisco perché le persone parlano dell’Erasmus come dell’esperienza della vita. È stato un tarlo che mi ha afflitto per sei mesi, il non capire come mai non riuscivo a pensarla come loro. Quando sono tornata, a fine giugno, ero spaccata a metà fra la nostalgia e l’abitudine a nuova vita, ma forse prevaleva la parte felice, felice di tornare a casa. Mi sentivo come se questo non fosse giusto, come se non avessi fatto l’Erasmus giusto. Come se avessi dovuto fare ancora più serate, ancora più esperienze, ancora più tutto. Come se non mi fossi dovuta concedere anche serate in casa, con telefilm, tisana e copertina. Come se avessi dovuto vivere al di sopra del cento percento. Continuavo a pensare che fosse una gran bella esperienza ma che, tutto sommato, non mi avesse lasciato niente di più di qualche manciata di bei ricordi e un sacco di racconti per i nipotini. Non so ancora dire cosa mi ha lasciato di più di questo questo Erasmus, ma ora so che qualcosa di più c’è. È quel qualcosa che non dipende dal posto in cui lo fai, dalle persone che ti ritrovi a frequentare o dai corsi che hai scelto. È… l’Erasmus, e basta. E il suo mostrarti la tua capacità d’adattamento, non solo all’andata, ma anche al ritorno.

L’autunno e il suo primo freddo che punge era ciò che succedeva nelle giornate di bel tempo, a Durham. So che non tornerà lo stesso inverno. Ma so che, comunque vada, sono capace di resistere al gelo e apprezzare successivamente più che mai la primavera.

 

durhm

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2 pensieri su “L’Erasmus è uno stato mentale

  1. Le tue parole sono di un’emozione assurda e c’è da dire che non ho mai fatto l’esperienza Erasmus 🙂 A questo punto mi sembra anche assurdo chiederti se ne vale davvero la pena, sto considerando l’idea di fare domanda quest’anno ma mille dubbi non mi permettono di arrivare ad una decisione definitiva.. Volevo anche ringraziarti perché grazie a te ho scoperto il sito scambieuropei 🙂 Grazie ancora e buona serata 🙂

    1. Scusa il ritardo incredibile nella risposta! Per quanto mi riguarda sì, la risposta è ovvia, ne vale la pena! I dubbi sono sempre mille, e la situazione ideale per partire non esiste, a mio modesto parere… Se vuoi un consiglio spassionato, fai domanda! Se poi vieni presa, valuterai a seconda della meta e della durata se accettare la borsa oppure no! E’ inutile fasciarsi il capo troppo prima di esserselo rotto 🙂 un bacione!

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