Classiche semi-malinconiche riflessioni pre partenza

La decisione di partire per l’Erasmus è arrivata in un momento della mia vita paragonabile a quello in cui, durante una partita di Shangai, ogni singolo bastoncino rimovibile senza pericolo di spostare gli altri era stato tolto dal tavolo. Le soluzioni erano due: cercare a tutti i costi di conquistare l’ennesimo bastoncino nel fallimentare tentativo di mantenere l’immobilità totale, oppure sbattere un pugno sul tavolo e far saltare tutto per aria. Durante una partita a Shangai cambiare la posizione dei bastoncini non equivale a mandare a monte la partita, bensì a creare un presupposto per mandare avanti il gioco. E così è stato.
Ci sono stati alti (tanti) e bassi (non troppi, ma profondi). La mente umana è proprio un marchingegno strano, specialmente se messa a contatto col diverso, sia esso rappresentato da una lingua, un paese, un piatto dal sapore esotico o una persona. È capace di abbuiarsi completamente e l’attimo seguente aprirsi, ampliarsi, riempirsi.
L’Erasmus non è fatto per creare situazioni di solitudine. Ogni giorno la socialità è promossa: cene, eventi, serate in discoteca, convegni, gite fuori porta. È assai più improbabile rimanere da soli rispetto a formare naturalmente un gruppo.
Quello che insegna nonostante questo l’Erasmus è che gruppo non vuol dire amici, e che amici si diventa in mille maniere differenti. Il mio concetto di amicizia è quello tipico di una persona che potrebbe potenzialmente intrattenere conversazioni sul niente di ore e ore con un albero e poi ci mette anni a raccontare di quanto è stato traumatico all’asilo fare una recita in cui il tuo nome era Fata Tetta, bizzarra abbreviazione. Stare però in un posto dove tutti vivono la tua stessa realtà porta il tempo a cambiare, a volare e dilatarsi in modi improbabili. Ci sono persone con cui ho passato tantissime serate da quando sono qua, e mai mi sognerei di definirli amici, né di chiedere loro qual è il loro colore preferito, e persone con cui mi è bastata una chiacchierata fuori dalla biblioteca per sentire già la lacrimina che scende all’idea di non rivederli (spesso) una volta partita.
Nonostante questa continua spinta alla socialità, i momenti di solitudine capitano. C’è chi li vive con piacere e chi odia trovarsi da solo col proprio piatto. Ho scoperto in Erasmus di appartenere al secondo gruppo di persone: mi piace avere gente intorno nel 90% del mio tempo, con l’eccezione di pochi eletti la cui voce mi rende più nervosa del silenzio. Soprattutto, in Erasmus ho scoperto che va bene così. Ho passato una vita a invidiare “gli indipendenti”, a voler essere come loro a tutti i costi: proprio non mi andava giù l’idea di aver bisogno di qualcuno, specialmente di qualcuno, qualcuno a caso, un individuo x senza nome né faccia, semplicemente per compagnia. Poi pian piano sorge spontaneo chiedersi: e allora? Qualcuno ha criticato Lily perché ha i capelli rosa? O Kevin perché è vegetariano? O Margherita perché ha un pessimo inglese e spesso sta in silenzio passando per maleducata? Non mi risulta. Quindi forse nessuno giudica neanche me. O forse anche in caso fosse così non è importante, non per me.
L’Erasmus ti porta a stare a contatto con persone. Di tutti i tipi. Persone fantastiche, socievoli, ambiziose, capaci, interessanti. E persone pessime. E ho imparato che si può imparare da queste persone pessime: sì, a non essere come loro. Forse è solo la mia mente e la sua tendenza all’analisi ossessiva di qualsiasi particolare che funziona così, ma nel anche caso di persone che non sopporto, tendo comunque a chiedermi perché, cosa c’è che non va, cosa non mi piace di loro. Lo faccio senza mettere troppo in questione me stessa ma soprattutto cercando di capire perché non ho preso certe strade. Il ragionamento in questo Erasmus è stato applicato a vari campi, dalle droghe all’estremismo religioso, e sono certa che di non dire niente di nuovo a nessuno affermando che la convivenza con persone diverse da mamma e papà (in certi casi anche con loro, ma non il mio) può rivelarsi davvero, davvero difficile.
L’Erasmus porta gratitudine. Ben pochi studenti che sono qui a fare questa esperienza possono dire di poterci essere solo grazie alle loro forze. Non parlando solo di supporto economico, ma anche di incoraggiamento a essere un po’ più Europei e meno Italiani, la famiglia ha un ruolo fondamentale nel gioco. Lo ha sempre, ma è un po’ come nella buona frase da bacio Perugina: si capisce l’importanza di una cosa solo quando la si perde. In questo caso ovviamente non è persa, è solo lontana e con Ryanair anche la lontananza è diventata un fatto relativo, ma la sua importanza è ribadita comunque.
L’Erasmus mi ha portato a viaggiare, tanto quanto forse avrei fatto nel doppio e anche più dei mesi passati qua a casa. E già di per sé questa è già una gran cosa. Ma il viaggio più prezioso, in buona sostanza, è quello fatto dentro di me. Sì, ci sono un sacco di articoli più o meno ben fatti che analizzano quanto sia importante la mobilità internazionale per la crescita personale, specialmente quella degli studenti, e io me li sono letti tutti. Ma sul serio, ci penso spesso: quante cose si possono imparare su noi stessi semplicemente essendo noi stessi in un altro posto? Essendo noi stessi che vogliamo le zucchine e dobbiamo comprare il sedano rapa perché i tuberi vanno alla grande, noi stessi che rimpiangiamo gli esami mattone dell’Italia perché all’estero la questione della “conoscenza pura” esiste poco e tutto va referenziato, noi stessi abituati a uscire a mezzanotte che ci ritroviamo a andare a letto alle due perché tutto chiude… potrei andare avanti all’infinito citando esempi più o meno stupidi.
Vivere abitudini “nuove” ti fa tornare a casa non necessariamente schifata da quelle precedenti, semplicemente, carica di un po’ di spirito critico e di quel secondo punto di vista su ogni questione, banale o vitale, che non fa mai male nella ricerca della fantomatica perfezione (o forse solo quella della tranquillità).
Manca relativamente poco alla mia partenza e continuo ad alternare momenti in cui voglio tornare a casa, alla normalità per quanto noiosa e monocolore, e momenti in cui mi si spezza già il cuore al pensiero di prendere un treno e poi un aereo. I secondi di solito hanno la meglio, ma i primi, quando arrivano, arrivano carichi, forti e destabilizzanti.
Ma quello che è più importante è arrivare alla conclusione che la mancanza di equilibrio non è un mostro da esorcizzare bensì una situazione temporanea che forza i tempi per nuove decisioni e che non necessariamente improvvisare è peggio di ponderare.
Ribatterei il pugno su quel tavolo pieno di bastoncini altri mille volte, aspettando però stavolta con allegria e non con angoscia il momento in cui la situazione si blocca di nuovo, finalmente libera di contemplare i momenti di monotonia per quello che sono, senza paura del cambiamento né della voglia di lasciare tutto come è.

 

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