#doitinPrato: scambi linguistici con la Monash University (parte I)

Ci ho messo un po’ a scrivere questo post. Mi ero ripromessa di essere più puntuale nella pubblicazione, specialmente per quanto riguarda il progetto #doitinPrato, però… ci tenevo a scrivere questo post, ci tenevo a scriverlo bene, e mi sono voluta prendere tutto il tempo necessario. Inoltre, avrà la sua traduzione in inglese in un altro post, e fra poco capirete perchè.
Voglio parlarvi della Monash University, un’università pubblica australiana che ha sedi in varie parti del mondo – Malesia, Sud Africa, Cina, India e Italia. Strano ma vero, la sede italiana è proprio a Prato. Penso che questo sia dovuto alla buona posizione della città e al suo avere costi di vita relativamente bassi – a Firenze sia alloggiare in hotel/residence sia affittare una stanza per qualche tempo è costoso. In più, per quanto immagino questo non sia affatto un problema da ventenni, è anche molto meno tranquillo. In fondo, gli studenti dell’università sono qui per studiare! Firenze è a portata di treno, così come Pisa, Lucca e le altre belle città che abbiamo in Toscana.
La Monash ha sede nel Palazzo Vaj, in pieno centro storico, in via Pugliesi. Anche l’occhio vuole la sua parte, e in questo caso, direi che ne ha abbastanza.

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Quello di cui voglio parlare però non è l’università in sé per sé.
La Monash mette in contatto studenti australiani e italiani attraverso progetti interessanti a cui tutti possono prendere parte – non importa il sesso, l’età, la nazionalità, il tipo di lavoro o di studio. Ho partecipato a uno di questi progetti e voglio raccontare mia esperienza.
Primo fra tutti, c’è lo scambio di conversazione. Una volta ogni due settimane circa si riuniscono gli studenti all’università e accolgono chiunque sia interessato a scambiare due parole con loro. Su qualsiasi argomento. È modo per fare amicizia, esattamente come la fareste se iniziaste a parlare in un bar con un gruppo di italiani – solo che ovviamente il vostro inglese migliorerà senza che voi ve ne accorgiate. Non importa parlare l’inglese della regina, i ragazzi spesso parlano pochissimo italiano e sanno cosa vuol dire boccheggiare come un pesce fuor d’acqua mentre si cerca di ricordare quella parola che proprio non ne vuole sapere di venire fuori. Ogni livello di lingua va bene.
Quest’idea mi piaceva molto, e ho cercato più di una volta di partecipare allo scambio. Purtroppo, i miei orari all’università non me lo permettevano, e ho dovuto cercare una soluzione alternativa. E così, spulciando nel sito web della Monash, mi sono imbattuta nel progetto “Buon Appetito”.
Si tratta di invitare uno o più studenti australiani a cena a casa propria – specificando, una volta in contatto con la loro università, se si hanno difficoltà ad accogliere per esempio ragazzi vegetariani, vegani, con allergie alimentari, per evitare spiacevoli sorprese. Ovviamente la cena non deve necessariamente essere ricca come quella della Vigilia di Natale: basta che sappia di casa. È questo lo scopo del progetto: far sentire i ragazzi a casa, in un luogo che comunque è piuttosto diverso da quello in cui sono abituati a stare.
A questo progetto ho partecipato, e lo rifarò.
Anche questa volta entra in gioco uno scambio linguistico non indifferente, anzi, forse maggiore che negli incontri di gruppo: all’inglese non può che far bene. Ma lo scambio più importante, che è il motivo per cui sono davvero contenta di aver spulciato fino in fondo il sito web della Monash, è lo scambio di idee.
Il confronto col “diverso”, con l’altro, è esattamente la ragione per cui viaggio. Certo, voglio anche controllare personalmente se il mare delle Maldive è più blu, se davvero in Lapponia c’è Babbo Natale, se il Nord della Spagna è così diverso dal Sud come dicono… però in fondo ciò che c’è di bello nell’allontanarsi da casa è la scoperta che anche altri luoghi possono essere casa. E diventano casa perchè ti trovi o a condividere le tue idee con le persone che abitano quel luogo o a riflettere sul perchè esse sono così differenti. Comunque si giri questa frittata, il confronto, che è parte anche del viaggio, è fondamentale per la crescita personale.
Ospitare un australiano anche solo per una cena è portarsi un pezzo di Australia a casa senza fissare un volo per Melbourne e andarselo a prendere direttamente. Questo non vuol dire che non andrò a Melbourne. Significa solo che sono solo un po’ più consapevole di ieri di cosa accade a Melbourne, e cosa pensano le persone che ci vivono, e come vivono, come lavorano e via dicendo.
A cena a casa mia sono venuti Eric e Stephanie, che sono il motivo per cui questo post verrà tradotto anche in inglese: hanno risposto ad alcune domande per me, e mi sembrava giusto far leggere loro tutto ciò che ho scritto. Per questi post niente barriere, come non ce n’erano durante la cena.

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