Lettera a me stessa prima di partire

Lettera a me stessa prima di partire. O meglio dire, lettera alla parte di me stessa a cui prende l’ansia alla sola idea di partire.

Cara parte di me stessa ansiosa, spaventata, pavida e vigliacca: non smettere di essere così.

In tante occasioni ho cercato di ignorarti, di eliminarti: un sorriso sulle labbra e cosa c’è dietro solo io lo so, il resto del mondo deve vedermi come una roccia. Quando sei emersa con una potenza incontrollabile, in un momento in cui di tutto avevo bisogno tranne che di sentirmi debole e di ammettere di non poter fare tutto da sola, mi hai spiazzato.

Ti ho odiato tanto: mi hai fatto pensare di essere un’incapace, di dover passare una vita a dipendere da oggetti, persone, luoghi. Ho vissuto la tua rivolta come una gigantesca sconfitta.

Fino a quando non ho capito che era stata l’altra parte di me, quella determinata e responsabile ai limiti dell’umano, quella giudiziosa e adulta, razionale e puntigliosa, a provocarla.

Ho capito solo dopo che devo trattare le due parti di me come se fossero due bastoncini posti agli estremi di un elastico: posso allontanarli ma non troppo, altrimenti tornano indietro veloci come schegge, si scontrano, si frantumano l’un l’altro o nella migliore delle ipotesi, vanno fuori posto.

Per questo, cara parte di me ansiosa e pavida, continua a fare quello che stai facendo. Mettimi in guardia. Non lasciare che dia niente per scontato perché so di essere forte, quando voglio, e determinata, quando voglio, e in gamba e pronta a raggiungere gli obiettivi, quando voglio. Ricordami che la paura è sana: senza di essa non si riuscirebbe a prendere decisioni importanti dando loro il giusto peso. Ha paura solo chi ha qualcosa da perdere, in fondo. Cara parte spaventata, lascia che mi senta debole, lascia che io chieda aiuto. Anche quando non voglio.

Fammi tenere bene a mente, mettendomi un mattone sullo stomaco, che a casa, lontano, c’è sicurezza, ci sono mamma e papà, gli amici di una vita, l’amore, un routine che tutto sommato non era niente male.

Senza rendermi conto di tutto questo non potrò apprezzare nessuna profonda differenza profumata di novità che incontrerò lungo il mio cammino inglese.
Senza capire questo non capirò mai davvero perchè ho deciso di partire, e perchè mi troverò esattamente nel posto giusto, al momento giusto.

So che questo post appare molto triste, sembra che io viva la partenza per sei mesi di Erasmus come una sorta di punizione, ma ovviamente non è così: so che ho scelto da sola di andare, e so bene che ho 9 possibilità e tre quarti su 10 di ritrovarmi a piangere al ritorno. So anche che sarà, comunque vada, un’esperienza – ma che è altamente probabile che mi divertirò, imparerò un sacco, conoscerò nuove persone e nuove culture e viaggiando da sola arriverò a conoscermi ancora più a fondo. So addirittura che devo essere grata a chi fa – e ha fatto – sacrifici per permettermi di fare questa scelta. E in realtà non vedo l’ora che questo mio nuovo percorso cominci. Questo post voleva infatti essere solo un inno a non scordarsi mai della nostra parte profondamente umana e fragile, perché tornerà sempre fuori e perché è obiettivamente utile, quanto quella forte e combattiva – nella profonda consapevolezza della positività totale della situazione e della fortuna che ho a essere quello che sono e fare quello che faccio. E non solo, ovviamente, in questa occasione.

[Che poi vado a giornate, e apparentemente sono meteoropatica al contrario. Tipo che ieri che c’era il solicino ho scritto questo papiro un po’ lacrimoso, e oggi che è freddissimo e piove sono felice come una bambina al solo pensiero di sentire persone che parlano inglese attorno a me, in ogni singolo momento. Strana mente umana]

durham

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