Lontane memorie russe

Ancora le persone che incrocio per strada, a distanza di tre mesi, mi chiedono come è andata in Russia. Magari tizi che non rivedevo dal quindici diciotto, magari qualcuno che già me l’aveva domandato ma si è scordato la risposta. Mi sto rendendo conto che a ognuno, ogni volta, racconto storie diverse, come se ne possedessi una carrellata infinita, come se i ricordi fossero troppi per essere compressi in un cassettino della memoria, come se ne dovessi usare almeno tre o quattro, e essere pronta a riaprirli e aggiungere, aggiungere, aggiungere ogni volta. Ma la volontà di “fissare tutto”, per essere in grado di raccontare ancora le mille e una storia anche fra qualche anno, quando questo viaggio sarà più lontano, c’è sempre stata: nel mese che ho trascorso a San Pietroburgo ho tenuto un quadernino – di quelli tipicamente russi: copertina non rigida, della stessa consistenza delle pagine, verdolina, su cui indicare nome, materia, scuola – dove scrivevo ciò che avevo fatto ogni giorno. Non lo aggiornavo tutti i giorni – e questo era un buon segno: significava che avevo un sacco di cose interessanti da fare! – ma comunque molto spesso, il che mi permetteva di non scordarmi niente.

Ho avuto qualche problema con le sensazioni: trascriverle sul momento è molto più complicato di quanto sembra. In qualche modo, ho sentito l’esigenza di lasciarmi “digerire” prima di intrappolarle in parole scritte sulla carta.

Ma comunque. Il mese è documentato. Le immagini vivide. In realtà, apprezzo ancora molto la comodità del divano su cui sono seduta al momento. Questo perché, effettivamente, a San Pietroburgo vivevo un po’ nel disagio. Ma procediamo con ordine.

A San Pietroburgo sono andata per studiare. O almeno, ero consapevole che non avrei trascorso un mese fra corsi estivi e libri, non era la prima volta che partecipavo a questa sorta di “vacanza-studio”, ma l’intento era quello di non trascorrere un mese solo a divertirmi, e di fare qualcosa che mi sarebbe potuto risultare utile per il futuro. La scelta della Russia è apparsa ovvia data la lingua che studio, e dato che i corsi all’università permettono poco di parlare: dopo un anno di russo, continuavo nella mia mente ad associarlo al latino, con tutte quelle declinazioni, i casi, le costruzioni grammaticali fisse. Avevo bisogno di andare a ascoltare con le mie orecchie quella lingua, per capire se era lingua viva, se mi “suonava”, se mi emozionava. E poi, non so come, San Pietroburgo era sempre stata in cima alla lista dei “dreamtravel”, da una vita, da quando ancora non sapevo nemmeno cosa ci avrei trovato, a San Pietroburgo.

Quindi, nel mese che ho trascorso in Russia, ogni mattina dal lunedì al venerdì andavo a scuola. Frequentavo un corso estivo all’università ITMO – Information Technologies Mechanics & Optics – una bella struttura, gigantesca, a cinque minuti a piedi dalla fermata di Gorkoskaya.

Abitavo a Petrogradskaya, la fermata precedente sulla linea blu. E abitavo in un obshezhitiye, ovvero una sorta di studentato con camere triple – io ero in stanza con una ragazza che stava in Russia un mese, come me, e con una ragazza russa che invece viveva proprio lì, e studiava a ITMO come io studio all’Università di Firenze – e bagno da condividere con tutto il piano, così come la cucina. Devo dire che senza l’obshezhitiye la mia esperienza non sarebbe stata così “russa”, considerando che la maggior parte dei miei 1600 “coinquilini” erano lì a abitare, non a villeggiare, ma ammetto che la prossima volta che tornerò in Russia cercherò di evitare materassi alti venti centimetri e scarafaggi come ospiti – e lo so che le tubature generalmente vecchie fanno sì che gli scarafaggi siano un po’ ovunque, ma comunque… Insomma, alla vita da studentato si sopravvive con un po’ di spirito di adattamento. Anche perché ciò che c’è fuori ripaga tutto.

Cosa vedere a San Pietroburgo? Devo dire che una risposta secca a questa domanda è difficile da trovare. Però cominciare la settimana con un giro in battello lungo la Neva è stata decisamente un’ottima idea. San Pietroburgo a volte è ricordata come la Venezia del Nord, perché è costruita su isole, ed è piena di ponti e canaletti. Pietro il Grande sognava che ogni cittadino avesse la propria barca, che le strade fossero solo un’alternativa minore per spostarsi, e che tutti invece avrebbero sfruttato l’acqua. Insomma, avere la possibilità di fare una panoramica mentale generale della città, semplicemente facendo un giretto su un battello, è un ottimo modo per capire cosa può essere più interessante da vedere. Passeggiando lungo la Nevskij Prospekt si trovano tantissime offerte per questa “mini gita”: chiedendo e confrontando i prezzi, nel giro di mezz’ora si trova la proposta ideale per spesa e tempi.

Durante il giro in battello, saltano all’occhio la fortezza di Pietro e Paolo, la Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, la Chiesa della Trinità, e gli infiniti ponti che sono ancora più suggestivi di notte, quando sono alzati. Sì, perché sono quasi tutti levatoi, e sono sfruttati come tali.

Alla Fortezza dedicate una mezza giornata abbondante. Vale la pena di essere vista per la sua cattedrale e per il clima sereno e rilassato che si respira nei suoi viali e appena fuori, direttamente affacciati sul fiume, dove i russi d’estate prendono il sole e fanno picnic. Le carceri invece sono state una delusione: fin troppo ristrutturate, sembrano quasi stanze accoglienti. Mi aspettavo qualcosa di più crudo, e invece, se non si leggono i nomi degli ex prigionieri scritti sulle pareti, si potrebbe pensare di stare all’interno di un obshezhitiye.

Alla Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato invece dedicate dieci minuti al giorno (se non di più). Dedicate un’oretta all’interno, dorato, scintillante, sfacciato. Ma trascorrete un pomeriggio a spasso per la Nevskij Prospekt e passate lì di fronte più di una volta. Ognuna di esse vi apparirà più bella. Ci si sente piccolini lì sotto, ma allo stesso tempo viene automatico pensare che… che… la vita è bella anche solo perché a noi comuni mortali è concesso farsi scaldare il cuore da certe immagini.

Visitate la Cattedrale di Sant’Isacco – salite sopra la torre: San Pietroburgo non è la città che ho preferito vista dall’alto, ma vale la pena farsi un’idea – e la cattedrale della Madonna del Kazan, che ricorda vagamente San Pietro ed è ancora utilizzata nella sua funzione originale, quindi troverete fedeli e non solo turisti al suo interno.

Fate una passeggiata fra Campo di Marte e Giardino d’Estate. E poi andate a vedere il Palazzo d’Inverno: e anche qui sentitevi piccolissimi e impotenti, ma super fortunati. È la sede del famoso Ermitage, museo immenso, dove si trovano opere di Canova, Matisse, Monet, Picasso, Van Gogh e via dicendo. Se avete tempo e modo, passateci più di un pomeriggio: è talmente grande che una volta sola non basta.

Per quanto riguarda i musei, ho trovato interessante anche il Museo Russo – la cui parte migliore è quella dedicata alle avanguardie -, il Museo Fabergé – avete presente il carillon che la nonna di Anastasia regala alla nipotina e la sua magica “quando viene dicembre”? Ecco. In quel museo ci sono UN SACCO di cose simili – e la Kunstkamera, museo delle collezioni da brivido di Pietro il Grande.

Fuori da San Pietroburgo, in cui investire due giornate piene, Petergof e Pushkin. A Petergof c’è un complesso di palazzi, giardini e fontane talmente maestosi da ricordare Versailles, a Pushkin invece si trova il famoso palazzo di Caterina I, adesso adibito a museo, che ogni giorno attrae tantissimi turisti specialmente per la “Sala d’Ambra”, una stanza con le pareti completamente ricoperte d’ambra.

E penso di aver finito la parte turistica. Su dove mangiare, bere, ballare, degustare la tipica fortissima vodka russa scriverò in altre occasioni.
Quel che più ho capito da questo viaggio è che tutto ciò che vedi fuori è condizionato da come sei dentro: decidere di trascorrere il tuo mese di vacanza con un gruppo di persone che non hai mai visto, anziché coi tuoi cari, i tuoi amici e il tuo fidanzato non fa così paura se sei sicuro degli affetti che hai a casa. Se ad Agosto è freddo come d’autunno in Italia non importa, se nel cuore hai pace, tranquillità e calore. Abitare, anche se per poco, in una topaia non è poi così tanto male se quando esci di lì ti sai lasciare invadere dai colori delle meraviglie che la natura e l’uomo del passato ti hanno costruito intorno. E soprattutto ho imparato che “il viaggio perfetto è circolare. La gioia della partenza, la gioia del ritorno”.

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