I finally got you, Peter.

Nel tornare al mercatino di Brick Lane la domenica mattina ho (ri) capito cosa intendeva dire Samuel Johnson quando affermava che quando un uomo è stanco di Londra è stanco della vita. Nel tentativo di fermare il tempo all’ombra degli alberi secolari di Hyde Park, alle sei di pomeriggio di una giornata faticosa, ho trovato finalmente il modo per far riposare anche la mia testa, e non solo le mie gambe. Seduti di fronte a me in metropolitana c’erano una ragazza col chador e la pelle color cappuccino, un uomo della city in suit and tie, una turista tedesca con sandalo e calzino bianco, una bambina in uniforme scolastica con capelli lunghi e occhi a mandorla con la mano stretta a quella del suo fidanzatino dalla pelle scura, una casalinga disperata che sembrava uscita dalla pubblicità delle ciglia finte e dell’autoabbronzante: e il bello è che nessuno di loro sembrava particolare, nessuno risaltava. Gli occhi a mandorla non erano né migliori né peggiori di quelli azzurri dell’uomo incravattato: semplicemente, erano diversi. E andava bene così.

Nel vivere con meno confort di quello che c’è in casa con mamma e papà non ho visto solo i lati positivi ma ho notato anche in quelli negativi una possibilità di riscatto, di miglioramento, quantomeno a livello personale. Nel passeggiare per le strade e scegliere in che angolo di mondo mangiare a seconda dell’umore ho trovato la possibilità di evadere senza allontanarsi da casa per più di un’ora.

Ho continuato a vivere Londra con sensazioni contrastanti, invidia e paura, voglia di fare nuovi tentativi e desiderio di rimanere ancorati alla “vita sicura”.

Ma ho trovato Peter Pan, e posso assicurare che entrare in Hyde Park da Lancaster Gate è già un buon modo per cominciare a vedere le cose normali da una prospettiva diversa.

 

[Questo non vuol dire che non ho più motivi per tornare a Londra. Per esempio, non ho ancora controllato se esiste davvero il binario 9 e tre quarti.]

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