Londra alla terza

Alla mia prossima partenza mancano esattamente undici giorni. E la meta è Londra, per la terza volta.

 La prima volta ero una sedicenne alle prese con la sua prima vacanza studio. Dormivo in una stanza singola con tanto di bagno personale a Greenwich e dividevo il resto della “casa” con ragazzi di una scuola che non era la mia, la mattina seguivo lezioni di inglese all’Old Royal Naval College, a un tiro di schioppo dal museo col meridiano, ma imparavo ben poco causa: concentrato altissimo di italiani. In compenso ho imparato il dialetto romano. La prima volta ero carica di aspettative e per fortuna Londra non mi ha deluso: due settimane sono sembrate due giorni, o forse anche meno. Come unica pecca di questo viaggio avevo trovato il cibo: ma si sa, solitamente agli studenti danno il peggio del peggio, tanto non vedono l’ora di avere una buona scusa per finire le sterline da Starbucks e farsi le foto col Frappuccino. Sono tornata a casa senza aver trovato la statua di Peter Pan a Hyde Park – sono entrata dalla parte sbagliata, ma in Due gemelle a Londra James e una Olsen sono così romantici in quell’angolo di verde che quel mancato ritrovamento non mi è andato né su né giù. Avevo trovato la scusa per tornare a Londra.

La seconda volta quando sono partita avevo l’anima grigia come i cieli della città che stavo per ritrovare, un’amica ad aspettarmi laggiù – ci viveva da qualche mese – e con me c’era la mia famiglia e un’altra coppia con due figli più o meno dell’età mia e di mio fratello. Ho vissuto Londra con spirito totalmente diverso dalla prima volta: sono stata più turista, ho voluto girare in lungo e in largo i musei che nella foga della piena adolescenza non ero riuscita a apprezzare veramente e ho avuto modo di ascoltare chi Londra la viveva anziché visitarla. Tre anni fa scrivevo di Londra: “… sembravo una bambina piccola che ad ogni cosa spalanca gli occhi e curva la bocca in una O di stupore. E dire che ci ero anche già stata, quindi certe cose non avrebbero dovuto farmi determinati effetti. Ho girato tutta la città per trovare una cover a forma di pinguino che a quanto pareva non facevano per il Galaxy S2 perché la fotocamera era in posizione troppo centrale e gli copriva la faccia – avresti dovuto vedermi quando, dopo essermi arresa e aver comprato una cover tamarrissima con la bandiera dell’Inghilterra piena di brilloccheri bianchi rossi e blu, ho visto il pinguino Samsung a Camden Town, sono diventata scema!; ho mangiato qualsiasi tipo di troiaio mi capitasse davanti, dall’insalatina scipita di pollo al burrito messicano take away – c’era fai conto questa piadina chiusa tipo rotolino, tre salse dentro, guaca mole e le altre boh, poi riso e chili, e pollo e verdure, e nachos fuori… fantastico – fino alla cucina brasiliana, che tra l’altro è bellissima proprio come concezione, cioè, paghi un tot e prendi tutto quello che vuoi, le verdure dal buffet e la carne te la servono loro, pace amore e gioia infinita; ho comprato la Notting Hill shopping bag nel negozio di scarpe che è dove c’era la libreria del film, non so se ci sei entrato, l’interno è rimasto uguale, troppo bellino, poi come quartiere mi mancava e è davvero un chicchino; sono rimasta per la seconda volta affascinata da Covent Garden, punto uno perché all’angolo prima del mercato c’è Ladurèe o come si chiama, quella pasticceria famosa francese che fa i Macarons, quei biscotti che sono tipo di cialda fuori e tutti zuccherosi e morbidosi dentro, e finalmente li ho assaggiati, punto due perché ho provato il brivido di fare acquisti nei mercatini vintage, ho comprato un paio di orecchini a forma di bottone di stoffa tutta sbrilluccicosa che fanno molto anni sessanta e sono riuscita quasi a litigare col mercataio perché m’aveva dato il resto sbagliato. Imperdibile la scena di Massimo, che dopo aver visto Soho Square con la sua allegra parata di ragazzi e ragazze omosessuali sbianca mentre sua moglie in piena folla urla“Qualcuno vuole una banana?”… lì pensavo veramente di morire affogata nella mia saliva, hahaha! Nella strada che porta a Piccadilly Circus c’è un negozio che sembra fai conto un negozio normale di peluches e poi entri e invece pare di stare nella giungla, e se scendi le scale giù c’è un ristorante che sembra una giungla anche quello e gli sgabelli sono a forma di sederi zebra e leone, poi vendono dei peluches troppo tenerosi con gli occhioni […] appena avrete 20 pound da spendere a casaccio (e magari sarete migliorati con l’inglese, dato che in certi punti ero in difficoltà anche io) andate a fare il London Bridge Experience, che è uno spettacolo di paura che io nemmeno volevo fare ma poi m’hanno convinto perché era compreso nella London Pass e quindi già pagato, cioè insomma è una cavolata immensa ma nel tunnel della paura ti butti troppo via, specialmente se ci vai con un elemento tipo mio fratello, che ha urlato dall’inizio alla fine; il Globeeee, non puoi capire! Io che sono innamorata di Shakespeare ho beccato la guida più british della storia, una vecchina brutta come la morte che ci sentiva da morire e mentre spiegava recitava, cioè, era FANTASTICA, quando muore lei voglio andare io a fare la guida lì; ho visto non mi ricordo se dentro alla Tower Hill o a Buckingham Palace una mostra dove c’era la corona della principessa Alexandra, la mamma di Anastasia, che nel cartone non sembra, ma è piena zeppa di diamanti, fa male agli occhi a guardarla!

Insomma, sono tornata più entusiasta della prima volta, e grazie soprattutto alle piccole cose. Ma ancora non avevo trovato la statua di Peter Pan, e ancora avevo una scusa valida per ripartire.

 E quindi il volo che non arrivava a costare un intero pezzo verde su Ryanair, che di per sé è sempre allettante, è apparso improvvisamente imperdibile. Andrò a Londra per la terza volta, accompagnata da chi ci ha vissuto per più di un anno, a trovare chi ci vive ancora. E sono sicura che anche questa volta troverò angoli inesplorati, nuovi mercatini in cui litigare con commercianti troppi furbi e mille angolazioni diverse per fare foto il cui soggetto, seppur visto e rivisto, sarà sempre in grado di stupire.

 

A dopo il 21 maggio con un nuovo imbarazzante riassunto entusiasta sulle mie sciocche avventure e ricerche londinesi, insomma. E chissà se a questo giro riuscirò a descrivere la statua di Peter Pan.

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